Regole per il rientro dei cervelli in fuga

1 cervelliOriginaly posted by La Stampa il 22 luglio 2015

Sono circa trecentomila i professionisti italiani che attualmente lavorano all’estero, ma certamente il numero che include anche i ricercatori è sottostimato. Non bisogna dimenticare che queste persone sono state formate in Italia e hanno rappresentato per tutti coloro che pagano le tasse una spesa alta, che viene offerta gratuitamente ad altri paesi in concorrenza con noi. Non è certo un buon affare.

E’ stata annunciata recentemente una nuova legge che segue ad altre di simile natura ma risultate inefficaci.
La nuova legge alleggerisce le tasse del 30 percento ai professionisti che desiderano ritornare in Italia.
Pur con tutta la buona volontà che la anima, la legge, almeno per il mondo della ricerca, è completamente sbagliata per alcune ragioni qui sotto riportate.

Anzitutto, il problema della ricerca italiana non è quello di perdere ricercatori italiani – certamente molto grave – ma quello di perdere addetti alla ricerca, perché per milione di abitanti siamo circa la metà della media degli Stati appartenenti all’Unione Europea.
In un mondo «globale» non è importante se siamo tutti italiani o con una forte componente straniera: è importante avere una massa critica per essere competitivi.
Perché scappano i ricercatori italiani e non vengono gli stranieri? Perché il Paese Italia non è attrattivo: siamo circa al 30° posto nella scala internazionale. Mancano le infrastrutture, mancano gli incentivi ed abbondano invece ostacoli di tutti i tipi. Alcuni ideologici, come la impossibilità di lavorare su OGM (organismi geneticamente modificati), la difficoltà ad effettuare sperimentazione animale o la mancanza di allevamenti di alcune specie animali, altri di tipo burocratico. Tonnellate di carta per ogni permesso per effettuare ricerche, tempi biblici per ottenere la possibilità di effettuare studi clinici controllati o ritardi in- sostenibili nei rimborsi IVA.
C’è un altro aspetto fondamentale: i ricercatori che ritornano in Italia quali fondi troveranno per svolgere le loro ricerche? La spesa, si dovrebbe dire l’investimento, per effettuare ricerca è una delle più basse d’Europa rispetto al prodotto interno lordo. In questi anni i tagli sono stati continui.
A parte alcune charities, come AIRC, che permettono la sopravvivenza per la ricerca oncologica e che, analogamente a Telethon, permettono il ritorno di ricercatori, ma con dote (non con sconti fiscali!) per effettuare ricerca, lo Stato brilla per la sua assenza e per la sua inattendibilità. Come si fa ad attrarre i ricercatori a ritornare in Italia quando non si sa il tempo in cui avverranno i pochi bandi concorso che ancora esistono? Si stanno utilizzando attualmente i bandi del 2012-2013. E’ non solo la disponibilità di fondi che crea attrattività, ma è anche la regolarità nei tempi di espletazione dei bandi che crea sicurezza e possibilità di programmazione.
Queste sono le cose di cui questo Governo, per molti aspetti così dinamico, deve occuparsi, ascoltando chi ha esperienza nell’organizzazione della ricerca scientifica e con la convinzione che la ricerca è essenziale per lo sviluppo culturale ed economico di un Paese. Solo con l’incentivo delle ritenute fiscali qualcuno ritornerà, ma saranno prevalentemente i soliti a fine carriera o senza grandi prospettive, che ritorneranno perché dopo tutto in Italia la qualità di vita è ancora buona.

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2 pensieri su “Regole per il rientro dei cervelli in fuga

  1. Articolo che forse, sotto sotto, lascia qualche speranza.
    Mia esperienza personale? Mia figlia, ingegnere al Poli MI, Erasmus in Belgio, poi co.co.co. In Italia per tre anni… Poi tornata in Belgio che ora, di fatto, è la sua patria, sposata, tre stupendi nipoti (belgi), ora fa là l’architetto di successo. Ricordo che, dopo il primo colloquio di lavoro in Belgio mi disse: “papà, piuttosto che tornare a lavorare in Italia, resto qua a fare la donna di servizio”. E son passati ormai oltre dieci anni: quest’anno, un edificio per un nuovo centro di ricerca da lei seguito, è stato inserito fra i quindici migliori progetti belgi del 2015.
    Tornare? Come sarà possibile? È perché?

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  2. Caro Zandor2002, Sono di recente rientrato da un’esperienza di anni all’estero e capisco bene le traversie di tua figlia.
    Quando partii mai mi sarei aspettato di rientrare, convinto come te di quanto dici.

    Come spesso accade però, il futuro si è rilevato molto diverso da quanto prevedevo e dopo alcuni anni di grande successo all’estero le mie convinzioni hanno incominciato a sgretolarsi. Dopo un paio di anni ho capito che i rapporti con la mia famiglia benchè strettissimi si erano ibernati e davano qualche segno di sofferenza. Dopo un altro paio di anni ho capito che – semplicemente – l’Italia è un paese migliore.
    Alla fine ho realizzato di aver cambiato idea e per gli anni successivi ho lavorato duramente solo per poter tornare!

    Lo ripeto, sono tornato perchè l’Italia è un paese migliore ma anche perchè sono consapevole che chiunque ha successo all’estero ha un grosso debito nei confronti di chi, come te, ha pagato per la mia istruzione e soprattutto ha investito nel bene del nostro paese per secoli prima di me.

    Per rispondere alla tua domanda, tornare è possibile quando non si siano creati nuovi vincoli e una famiglia nel luogo di destinazione. Ma ci vuole molto coraggio.

    Oggi mi rendo conto che l’Italia è un paese tosto, fortemente machista, indebolito da secoli di dominazione straniera che hanno minato nel profondo la nostra cultura premiando il ‘genio e sregolatezza’ ma rendendola inabile a lavorare in modo strutturato, trasparente, lungimirante e responsabile.
    Senza parlare del difficilissimo accesso al lavoro o al capitale: pensa che l’azienda per cui lavoro è una multinazionale italiana importantissima ma che nessuno conosce. Probabilmente nel condominio di fronte al mio ufficio stanno crescendo degli adolescenti che non sanno che davanti al loro portone c’è una realtà industriale così importante e sognano invece di fare gli stagisti in una start up a Londra!

    Insomma, partendo dal presupposto che l’Europa non si possa più considerare “estero” e sfidando a trovare un paese migliore dell’Italia al di fuori dell’Europa invito tutti qui a fare il proprio lavoro come ci ha insegnato il cristianesimo. Curati del prossimo tuo, che se tutti lo facciamo allora avremo raggiunto tutta l’umanità. Che ciascuno insomma dia il proprio meglio per rafforzare il nostro paese laddove è carente: accesso al lavoro, capitale e immagine. E ad eliminare il machismo, l’assenza di struttura, disciplina, trasparenza e responsabilità.
    Quasi tutto il resto lo abbiamo già e in abbondanza.

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