Quale speranza per la ricerca in Italia?

152220613-a060d6f9-e9a1-4d2a-8623-e066209fedadAbbiamo chiesto a Giuseppe Remuzzi, Direttore dell’U.O. di Nefrologia e Dialisi e del Dipartimento di Medicina dell’Azienda Ospedaliera Papa Giovanni XXIII di Bergamo e membro dell’Accademia del Premio Sapio, di esprimere il suo parere sull’importanza della ricerca in Italia. Ecco la sua intervista.

“Politici e leader della maggior parte dei paesi del mondo hanno perso completamente i contatti con la realtà della ricerca” comincia  così un commento di Amaya Moro-Martin,  pubblicato su Nature qualche mese fa “sembrano non sapere che quanto più la ricerca  è forte tanto meglio andrà l’economia” e questo è specialmente vero  per i paesi dove la crisi si sente di più. “I politici invece cosa fanno? Tagliano la ricerca e così rendono  questi paesi ancora più vulnerabili. Ci sono tanti esempi, continua la  Moro-Martin, un’astrofisica  americana che è membro della commissione  dell’Euroscienza – in Italia per esempio il reclutamento  dei ricercatori è calato del  90 percento e quello che si spende in ricerca fondamentale  è calato al punto  che non è rimasto più nulla”. Ci sono problemi anche  in Spagna, gli  investimenti sono calati del 50 percento e degli scienziati che vanno in pensione se ne sostituisce solo il 10 percento. La situazione è molto critica anche in Grecia e Portogallo. E in Germania? E’ tutto diverso. Anche là produzione industriale ed esportazioni sono calate notevolmente e tre anni fa hanno tagliato il bilancio federale di 80 miliardi ma hanno aumentato del 15 percento gli investimenti in ricerca, soprattutto in ricerca biomedica  e continuano a farlo.   Il  30 ottobre i ministri del governo centrale e dei 16 stati federali hanno stanziato 25 miliardi e mezzo di   euro per ricerca e educazione superiore.  E sì che la Germania spende – forse sarebbe più corretto dire investe – già 100 miliardi all’anno in ricerca ed è  il quarto paese al mondo dopo Stati Uniti, Cina e Giappone per attenzione alla ricerca e alla ricerca scientifica in particolare. Gran parte di quei soldi vanno alle circa 300 Università che insieme contano più di 2 milioni e mezzo di studenti, 400 mila in più del 2005. Ma c’è dell’altro, per mantenere fede a un impegno preso nel 2007 Governo e stati hanno anche siglato un accordo per garantire un aumento dei finanziamenti a quattro organizzazioni di ricerca non universitarie fra cui gli Istituti Max Planck. Insieme, le quattro organizzazioni, contano 254 istituti e il budget è passato dai 5 miliardi e due del 2005 ai quasi 8 miliardi di oggi. Le priorità? Energia (soprattutto rinnovabile) e salute con un occhio di riguardo all’invecchiamento della popolazione. Nel 2016 investirà  ancora di più con un aumento progressivo del 3 percento all’anno fino al 2020. C’era anche un fondo di 4 miliardi e mezzo (German Excellence Initiative ) doveva finire nel 2017 ma i ministri hanno deciso che lo prolungheranno. Non è così negli Stati Uniti, un editoriale  di Nature del gennaio 2014  fa vedere che i finanziamenti pubblici per la ricerca non aumenteranno almeno quest’anno e se si tiene conto di aumento dei costi e inflazione vuol dire una riduzione che potrebbe arrivare al 20 percento dell’investimento complessivo in ricerca. In America però  dove non arriva il pubblico arriva la filantropia privata e le donazioni per la ricerca. E la cosa  prende  sempre più piede. Ci sono persino scienziati che  lasciano  il laboratorio per occuparsi direttamente di  mettere in piedi fondazioni private (questo è successo anche da noi con Telethon) con l’obiettivo di aiutare gruppi di ricerca in settori particolari, l’Alzheimer per esempio o il diabete o  certe forme di cancro

E cosa dire dei nostri  migliori scienziati che vanno via e che sono almeno 30.000 ogni anno? Che la scienza non ha confini e che la fuga di cervelli va incoraggiata. E’ un bene che i nostri ragazzi frequentino le grandi scuole di medicina dell’Europa e degli Stati Uniti ed è anche l’unico modo per entrare nel giro dei più bravi scienziati e dei più bravi medici del mondo. Meglio allora parlare di mobilità, come fa sempre Nature con un articolo qualche tempo fa “Turning brain drain into brain circulation”, senza la connotazione negativa che si attribuisce alla fuga di cervelli. Che invece serve come documenta Tito Boeri in un bellissimo libro pubblicato due anni fa da Oxford University Press. L’Italia, con pochi ricercatori, con pochissimi fondi per la ricerca e senza scuole di biologia e medicina all’altezza delle prime del mondo, ha comunque gruppi di ricerca che competono a tutti i livelli con i migliori al mondo. Il segreto? La fuga di cervelli. Sì, perché scienziati italiani in posizioni di prestigio negli istituti americani sono una grande risorsa per la nostra ricerca. Chiedergli di tornare quasi certamente è sbagliato. Quello che nel frattempo noi dovremmo fare  perché il bilancio alla fine non sia negativo è potenziare i nostri migliori centri di ricerca, quelli che già sanno competere con i migliori del mondo.  In questo modo attireremo in Italia ricercatori dagli altri paesi d’Europa ma anche dagli Stati Uniti, Giappone, Australia.

Peccato perché c’è un solo modo per uscire dalla crisi, più  soldi pubblici per la ricerca seguendo l’esempio della Germania e saper “corteggiare” i filantropi (Gilberto Corbellini –Il Sole 24 Ore – 9 novembre 2014) come hanno cominciato a fare negli Stati Uniti. Nel 2010 Obama aveva lanciato “Star Metrics” per chiedere  agli scienziati di aiutarlo a capire cosa sia tornato indietro all’economia americana da tutto quello che  era stato investito in ricerca negli ultimi anni. Gli scienziati hanno preparato un rapporto di 600 pagine. Sembra fuori discussione che  gran parte della crescita del paese dipenda dall’aver investito in ricerca e l’esempio più convincente è quello del genoma. Per decodificare  quello dell’uomo negli Stati Uniti fra pubblico e privato  si sono investiti  3,8 miliardi di dollari, il ritorno per l’economia del paese è stato di 800 miliardi in 13 anni, vuol dire che 1 dollaro speso ne rende 140, solo nel 2010 quel progetto ha consentito di creare 310.000 posti di lavoro (e dal 1998 al 2010 i posti di lavoro in più sono stati 3 milioni e 800.000).Ci sono anche costi associati all’investire in ricerca per esempio, le cure di oggi mantengono in vita grandi anziani che solo qualche anno fa sarebbero morti; è certamente un risultato della ricerca medica e non c’è dubbio che sia una buona cosa, ma il mantenere in vita queste persone costa.

Se parli coi nostri politici ti dicono che non è tempo di pensare alla ricerca, è un momento difficile per noi, forse il più difficile dal dopoguerra. Ma quando Lincoln  lanciò il Morrill Act –  il decreto che metteva le basi perché i giovani di talento potessero accedere all’educazione avanzata e promuovere la ricerca nel campo delle scienze e della tecnologia – si era in piena guerra civile.  A chi gli chiese perché, Lincoln rispose:  “per dare un futuro alla nazione”.

Si chiama lungimiranza. Certo, lui era Abraham Lincoln ma la cosa che a me fa più impressione è che questo succedeva il 22 aprile 1863. Sono passati 150 anni. Da noi si fanno previsioni (su quando e come  e se mai si uscirà  dalla crisi) e poi proclami e promesse. Ma  tutto questo lascia il tempo che trova.

Giuseppe Remuzzi

27 luglio  2015

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