Studio e ricerca, nonostante tutto

42_art14aA dispetto di una grave malattia non ha rinunciato a portare avanti i suoi studi. Proviamo a capire perché ha scelto di lottare, con tutte le sue forze.
Intervista a Luca Antonelli, assegnista di ricerca presso l’Università di Roma La Sapienza, Dipartimento di Scienze di Base e Applicate per l’Ingegneria.

Dott. Antonelli, qual è attualmente il suo ambito di ricerca?
Il mio ambito di ricerca è lo studio della fusione nucleare a scopi civili. Più in dettaglio, mi occupo di fusione nucleare a confinamento inerziale. In pratica, quello che facciamo consiste nel creare delle micro esplosioni nucleari che possono essere controllate e sfruttate per la produzione di energia. Di fatto replichiamo in piccolo quello che succede su scala molto più grande nelle stelle, come il nostro Sole. Per far ciò, irraggiamo con molti fasci laser una piccola sferetta che contiene il materiale che vogliamo fondere (due isotopi dell’idrogeno noti come Deuterio e Trizio).

I laser comprimono la sfera che diventa sempre più piccola fino a che gli elementi in essa contenuti non iniziano a fondere. Quando questo processo inizia, il rilascio di energia è tale da innescare una reazione a catena, proprio come nelle bombe nucleari.

La differenza è che in questo caso non abbiamo un fenomeno distruttivo e incontrollato, nè la produzione diretta di pericolose scorie radioattive. L’obiettivo finale sarebbe quello di avere, un giorno, dei reattori a fusione in grado di produrre energia su larga scala, senza la produzione di scorie che rimangono radioattive per migliaia di anni, come nei reattori a fissione moderni.

Ad un certo punto del suo percorso si è trovato ad affrontare una prova difficile. Ce ne vuole parlare?
Durante il mese di Maggio 2014 una lastra toracica prescritta per una sospetta polmonite evidenziò una grande massa mediastinica. Una successiva TAC di controllo misurò tale massa che aveva un diametro di circa 18 centimetri. Mi trovavo in Francia, a Bordeaux, dove stavo ultimando la scrittura della mia tesi di dottorato e decisi immediatamente di rientrare in Italia per curarmi presso l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. Venni ricoverato in urgenza dato il mio quadro clinico grave poiché la massa mi impediva di respirare liberamente; avevo inoltre tutta una serie di sintomi di contorno riconducibili alla mia patologia.

L’Istituto arrivò tempestivamente alla diagnosi che rivelava un Linfoma linfoblastico a cellule T (non-Hodgkin) che oltre ai linfonodi del mediastino aveva intaccato il midollo osseo e il liquor celebrale determinando un grado di stadiazione IVB (l’ultimo stadio della classificazione). La terapia per contrastare la mia specifica malattia conta di 8 cicli di chemioterapia, della durata di circa un mese ciascuno. In realtà, il protocollo prevede diverse biforcazioni in base alla reazione della malattia ai farmaci. Nel mio caso la malattia ha risposto molto bene ai trattamenti, quindi non mi sono dovuto sottoporre a trapianto di midollo osseo. Ovviamente questo percorso ha rallentato la mia attività lavorativa, senza però arrestarla definitivamente.

Il lavoro mi ha aiutato a sopportare i lunghi periodi di isolamento, l’apatia indotta dalla malattia, anche se, come è facile immaginare, le conseguenze sul corpo umano, sia di una patologia di natura neoplastica, sia ancora di più le cure necessarie, sono molto evidenti e dolorose, sia da accettare che da sopportare.

Lei non ha rinunciato a portare avanti il suo percorso di formazione nonostante la malattia, nonostante le complesse terapie alle quali si è dovuto sottoporre. Che cosa ha mosso questa sua determinazione?
Onestamente, fin dal principio, ho sempre pensato che avrei fatto tutto quello che potevo per contrastare la mia malattia, indipendentemente dalle reali possibilità che potevo avere di sconfiggerla. All’età di sedici anni ho perso mio padre per tumore ai polmoni, e lui, nonostante un quadro clinico completamente compromesso, ha lottato fino alla fine superando tutte le previsioni fatte dai medici riguardo la durata della sua vita. La sua battaglia mi ha insegnato molto, ed era per me il momento di mettere in pratica quello che avevo imparato. Inoltre scoprirsi malato cambia completamente ogni prospettiva della tua vita.

Ognuno davanti ad un problema così grande come la propria sopravvivenza, attua tutta una serie di cambiamenti ed adattamenti alla nuova condizione che immagino siano personali e non generalizzabili. Nel mio caso la malattia mi ha spinto a tirare fuori tutta la mia umanità, l’empatia e l’attaccamento alla vita. Sono una persona di scienza quindi tendo a non farmi illusioni; non tutte le persone malate di cancro possono guarire ed ero pronto ad accettare l’idea, ma tutte le persone malate, possono essere curate. Farsi curare e curarsi non è sinonimo di guarigione, ma è comunque un percorso umano che non comprende solo una serie di equilibri chimici da mantenere all’interno di un soggetto. In questo vorrei dire che l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, per quanto riguarda la mia esperienza, è una struttura all’avanguardia in ogni aspetto di cura. Oltre che un centro di cura e un centro di ricerca dove è possibile godere di ogni supporto, anche di quello più all’avanguardia. Il reparto dove sono stato in cura mi ha supportato in ogni aspetto, da quello più strettamente medico a quello psicologico. I dottori e gli infermieri e gli inservienti avevano sempre una parola in più per me e mai una in meno. C’è sempre stata un’estrema chiarezza nell’espormi tutti gli aspetti della malattia e delle cure che avrei ricevuto. La netta impressione che ebbi fin da subito era di essere in mano a dei veri professionisti. Nessuno mi ha promesso una remissione totale, ma se avevo le mie possibilità di raggiungerla, sentivo di essere nel luogo giusto per farlo.

Spesso si sente parlare di malasanità, vorrei qui ora sottolineare che l’Italia, non è solo quello, ma è anche eccellenza, ed è giusto dirlo. Anche se sono felice di esserne “fuori”, devo dire che il reparto, gli infermieri e i medici un po’ mi mancano. Durante il mio percorso ho sempre cercato di avere un approccio positivo, e ho trovato utile parlare della mia malattia con chi mi circondava. L’ho fatto anche sui social network, come Facebook, dove da subito resi pubblica la mia situazione, l’ho approfondita attraverso la scrittura di un blog ad essa dedicato. Io ho scelto di considerare la mia malattia come un dono, come una parte di me che poteva aiutarmi a rendermi migliore.

Andare avanti e lottare, inoltre, non è una cosa che facciamo solo per noi stessi. Abbiamo il dovere di farlo anche per le persone che ci vogliono bene e ci circondano. Capisco bene chi può decidere di non sottoporsi a determinati trattamenti, e rispetto questo approccio, ma non lo condivido. Potrei probabilmente dilungarmi molto sul perché valga la pena lottare e su come abbia meglio compreso il significato della parola vivere, ma credo sia abbastanza. Migliaia di persone hanno snocciolato la questione molto meglio di me.

Fare ricerca scientifica oggi in Italia: quali sono le difficoltà?
Questa è una domanda difficile che merita una risposta ponderata. Innanzitutto, credo non si possa generalizzare. Io sono un fisico e lavoro in una branca della fisica abbastanza di nicchia, che coinvolge un numero esiguo di persone in tutta Italia, quindi mi sembra normale che il mio campo non goda di risorse economiche illimitate.

uttavia, sicuramente il nostro sistema necessita di una riforma, e l’introduzione di criteri di selezione che vengano poi effettivamente rispettati. Il punto è che i criteri scelti devono essere diversi in funzione della branca considerata.

Ad esempio, un fisico può avere molte pubblicazioni, mentre l’ingegnere molti brevetti, quindi quello che fa del fisico un buon fisico, magari renderebbe l’ingegnere un ingegnere mediocre.

Un problema che contraddistingue il nostro sistema è sicuramente costituito dall’immobilismo. Esistono le baronie, come i nepotismi, sarebbe ridicolo non riconoscerlo, ma questo problema sarebbe facilmente superabile introducendo criteri seri di meritocrazia. Non credo che si possa lasciare all’etica del singolo il come lavorare. Nel problema della meritocrazia entra quindi anche la ripartizione dei fondi.

Forse prima di aumentare i fondi alla ricerca servirebbe capire come quelli attuali vengano spesi. I ricercatori rendono un servizio allo Stato e a tutti i cittadini che li pagano attraverso le tasse: penso che meriterebbero più rispetto, e maggiori forme di controllo. Di punte di eccellenza ne abbiamo molte; l’Istituto dove sono stato curato, ad esempio, ne è una indiscutibile dimostrazione, sarebbe bello cercare di incrementarle, e allo stesso modo sfoltire le troppe eccedenze. Se poi in tutto questo aumentassero i fondi, di certo non sarebbe male.

Quali sono i suoi progetti per il futuro?
Alla parola futuro mi ci devo riabituare. Onestamente prima di ammalarmi non prendevo in considerazione l’idea di fermarmi in Italia, ero pronto a fare le valige definitivamente (del resto ho lavorato gran parte del mio tempo all’estero). Prima che mi ammalassi molti amici mi dicevano che si lavora per vivere e non viceversa.

Considerato quello che ho passato direi che sia ora di fermarsi un attimo. Vorrei continuare a fare ricerca, ma non so se sarà possibile qui in Italia. Allo stesso tempo mi piacerebbe mettere radici da qualche parte e qui a Roma, dove mi trovo attualmente, non è poi così male. Per ora arrivo alla fine del mio contratto di ricerca presso l’università “La Sapienza” e discuto la tesi di dottorato che non ho ancora discusso a causa della malattia. Inoltre, il mantenimento terapeutico dura due anni, e vorrei continuare a curarmi presso l’Istituto Nazionale Tumori di Milano, dato il rapporto di estrema fiducia che abbiamo instaurato.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...