Uscire dagli schemi è possibile

In ambito scientifico internazionale è stata definita “mente rivoluzionaria”. Pronta quindi ad osare, uscire dagli schemi, sfidare luoghi comuni, consuetudini, stereotipi. Così Ilaria Capua vive e affronta il suo percorso di scienziata e parlamentare.
Intervista a Ilaria Capua, Parlamentare, Componente Commissione Permanente per le Politiche dell’Unione Europeaart11_a

Ilaria Capua si è laureata in medicina veterinaria presso l’Università di Perugia, ha ottenuto la specializzazione all’Università di Pisa e ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università di Padova. Ha dedicato gran parte della sua carriera professionale alla virologia, formandosi su tematiche specifiche in diversi laboratori esteri. Eletta alla Camera dei Deputati nel 2013, fino al luglio 2015 è stata vicepresidente della Commissione Cultura di Montecitorio per passare poi alla commissione per le Politiche Comunitarie. Fino a quel momento aveva ricoperto l’incarico di direttore del Dipartimento di Scienze Biomediche Comparate presso l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, Legnaro (Padova), del Laboratorio di Referenza nazionale, OIE e FAO per l’Influenza aviaria e la malattia di Newcastle e del Centro di Collaborazione nazionale ed OIE per le Malattie infettive all’Interfaccia Uomo-Animale. Nel 2000 ha sviluppato la strategia “DIVA” (Differentiating Vaccinated from Infected Animals), la prima che ha consentito di eradicare con successo un’epidemia di influenza aviaria, oggi raccomandata come metodica di controllo dall’Unione Europea, dall’OIE e dalla FAO. Nel 2006 ha dato vita ad un acceso dibattito internazionale sulla condivisione interdisciplinare dei dati genetici a fronte della minaccia epidemica causata dal virus “aviario” H5N1 usando piattaforme digitali ad accesso libero. Questa presa di posizione ha portato a cambiare la politica delle organizzazioni internazionali in materia di trasparenza dei dati, con il risultato di ottimizzare le strategie per affrontare minacce globali come le pandemie. Nel 2007 ha ricevuto il premio Scientific American 50 e nel 2008 è stata inclusa fra le “Revolutionary Minds” dalla rivista americana Seed per il suo ruolo di leadership nella politica della scienza. E poi, tanti altri premi e riconoscimenti.
Dottoressa Capua, da tre anni ha scelto di affiancare alla sua attività scientifica e di ricerca anche un impegno come parlamentare. Può fare un bilancio di questa esperienza?
Ogni nuova esperienza è indubbiamente positiva perché ti consente di fare, vedere, imparare cose nuove; allargare il tuo giro di orizzonti e conoscere nuove persone. Da questo punto di vista ritengo che sia indubbiamente positiva, così come reputo importante che chi ha l’opportunità di farlo faccia qualcosa per il proprio paese con lo spirito dello “civil servant”. Ecco, grazie alla chiamata di Mario Monti del gennaio 2013, mi sono potuta avvicinare alla politica nell’accezione più alta del termine: mettere le mie competenze a disposizione e al servizio del mio Paese per provare a fare qualcosa e non rifugiarmi in un lamentarismo sterile e improduttivo. Detto questo, a tre anni di distanza devo constatare che non è stato facile per me – che pur avevo professato di farlo e credo di avere rispettato quell’impegno assunto in primis con me stessa – “battermi come una leonessa” a favore della scienza e della ricerca. Che spesso si trovano ostacolate non solo da leggi, norme e regolamenti (quelle che Sergio Rizzo chiama buropazzie…) ma anche da preconcetti e pregiudizi, accompagnati spesso a ignoranza (nel senso di mancanza di conoscenza) delle tematiche in discussione.

Oggi, proprio alla luce della sua esperienza politica, risponderebbe diversamente rispetto al passato alla domanda: si può fare di più per la ricerca italiana?
Utilizzerei un altro verbo: si deve fare di più. E non perché è di moda dirlo, ma perché un paese che mortifica la ricerca e la scienza, e con loro gli “addetti ai lavori” che spesso imboccano la strada dell’espatrio, è un paese che non può progredire. Ma c’è di più, non potrà nemmeno avere un ruolo chiave (e voce in capitolo) nei consessi internazionali dove si prendono decisioni importanti e spesso rivoluzionarie per settori fondamentali come, ad esempio, la sanità pubblica, il settore nel quale ho svolto tutto il mio percorso professionale dalla laurea in poi.

In ambito scientifico internazionale Lei è stata definita “mente rivoluzionaria”. Ma in politica questo tipo di approccio può dare risultati?
Allora, nel mio ambito posso dire di aver optato per metodi di coinvolgimento che hanno condotto ad approvazioni di provvedimenti di cui sono stata relatrice all’unanimità e/o a larga maggioranza. Ho cercato di tradurre in ambito legislativo e parlamentare il buon senso e il principio del beneficio comune, quello che ha da sempre ispirato la mia attività di ricercatrice e scienziata. Per questo ho condotto anche in laboratorio battaglie “di principio” – ma che io definirei più di responsabilità e di etica – affinché i risultati raggiunti nelle strutture pubbliche diventassero subito – o nel minor tempo possibile – ad accesso generalizzato per garantire reali miglioramenti nella salute pubblica. L’esperienza mi farebbe dire che in laboratorio è più facile che sugli scranni di Montecitorio.
Lei è un esempio per tante donne, ha ottenuto risultati straordinari come scienziata a livello internazionale. Quali sono le parole chiave di questo successo?
Intanto passione. Quella che ti arde dentro per la scienza e che ti è di grandissimo supporto nei momenti di difficoltà. Che ci sono, eccome, anche per chi, come me ha avuto l’onore di conseguire importanti risultati ed ottenere altrettanto importanti riconoscimenti. Determinazione e volontà devono essere altrettanto presenti nel cammino quotidiano ma oggi, dopo decenni di esperienza, ritengo che la resilienza sia la dote fondamentale per procedere nel proprio percorso di vita e professionale. Che non deve essere necessariamente un moto rettilineo uniforme ma che può – anzi deve in alcuni casi – prevedere delle varianti: così come nei circuiti di Formula 1 le chicanes rendono la guida meno monotona…Pronte quindi ad osare, uscire dagli schemi, sfidare luoghi comuni, consuetudini, stereotipi, sapendo già che la sorte può riservare colpi bassi e dolorosi. Ma la forza è proprio qui: sapersi rialzare e ripartire ogni volta, verso una nuova puntata della propria vita. Che può essere anche più interessante delle precedenti…

Oggi le donne laureate sono più degli uomini, ma la presenza femminile nel mondo della scienza è sempre scarsa. Perché e come si può cambiare?
Per descrivere questo fenomeno ricorro sempre all’immagine di quelle belle rose, senza profumo, che il giorno dopo che te la hanno regalate hanno il capino reclinato. In modo triste. Le ragazze brillano nelle selezioni universitarie, negli studi, si laureano prima e meglio, superano i concorsi e poi? Si perdono per strada. Allora si può anche attribuire la responsabilità ad una certa cultura maschilista, ma non è tutta qui la “emarginazione” femminile dall’iter verso le posizioni apicali. In molti casi l’aderire, anche obtorto collo, a modelli di vita tradizionali prefigurati da altri, porta queste ragazze, brillantissime, a confinarsi in ruoli professionali “inferiori” o a scegliere – con un intento iniziale temporaneo – la famiglia, all’indomani della maternità. Questo vuol dire escludersi e precludersi ogni possibilità di crescita. Certo, la conciliazione di lavoro e famiglia non è semplice, è un tema che con il dibattito sullo smartworking si sta affrontando anche in Parlamento, ma non possiamo dimenticare il ruolo chiave che ha il lavoro femminile in questo Paese dove sono ancora troppo poche le donne che lavorano. Più donne al lavoro non è solo maggiore possibilità di promozione sociale per loro, ma anche un grande contributo alla crescita del Paese in termini di Pil, di ulteriore occupazione indotta nel settore dei servizi alla persona ad esempio, e demografico. Perché – e il Nord Europa è qui a testimoniarcelo – dove il lavoro femminile è più radicato le donne hanno più figli. In ogni caso, mi piace ricordare alle ragazze che si affacciano al mondo del lavoro che, per sfondare ci vogliono grinta e determinazione, e queste caratteristiche non arrivano dall’esterno, ma dall’interno di sé.

Come parlamentare, quali sono gli obiettivi e gli impegni ai quali sta lavorando?
L’ultima mia “fatica” è stata una mozione sulla lotta alla resistenza antimicrobica. Questo fenomeno sta assumendo connotati di estrema gravità; le infezioni da batteri, virus o miceti resistenti sono sempre più frequenti e sempre più pericolose. Bisogna intervenire in maniera organizzata e con un piano ad hoc che sia anche condiviso dai vari protagonisti: ospedali, medici di base, pediatri e medici veterinari perché la salute è un bene che deve essere preservato da più angolazioni. Non è pensabile che la resistenza antimicrobica venga affrontata solo in ospedale. I patogeni si muovono con le persone e con gli animali ed è essenziale un approccio integrato. La mozione cui ho fatto riferimento è stata votata all’unanimità; confido che il governo si attivi.

Ci parli invece del suo lavoro di ricerca. Su quali ambiti è focalizzato?
Da molti anni mi occupo dei patogeni che emergono dal serbatoio animale e colpiscono l’uomo. Questi comprendono virus come quelli influenzali, il virus della rabbia e alcuni virus trasmessi da insetti. Tornando all’approccio integrato di cui parlavo prima, è essenziale che con tutto quello che ci accade intorno – dal riscaldamento del pianeta alla globalizzazione – si studino i meccanismi che permettono a patogeni che stanno dall’altra parte del mondo, magari in un serbatoio animale, di arrivare da noi in Europa. Bisogna inoltre capire come si diffondono e come provocano danni alla salute. Sembra ovvio, ma se abbiamo ancora emergenze come Ebola, vuol dire che c’è ancora parecchia strada da fare.

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